‘RISTORANTE CAMPONESCHI’…NON UN FORMAT MA UN CONCETTO

Camponeschi rappresenta senza dubbio una delle immagini iconografiche della Capitale. E’ la storia nella storia. Uno dei simboli, tra i più alti, della ristorazione romana. La maestosità imponente di Palazzo Farnese, la storia dei Borgia che riecheggia, una delle due fontane gemelle in travertino che ogni giorno, dal 1987, danno il benvenuto ad Alessandro, proprio nel solco di quella storica tradizione di famiglia – cominciata con Tommaso, suo figlio Marino e i fratelli Benito e Rosa in via Aurora – che va avanti da oltre novant’anni. “Mio padre voleva facessi l’avvocato e tentò di dissuadermi in tutti i modi ma l’amore per la ristorazione è stato più forte. Inizialmente era un modo per stargli vicino e vederlo – d’altronde questo tipo di attività comportano sacrifici e forti limitazioni alla vita privata e sociale – poi col tempo cominciai ad appassionarmi”.  La sobrietà che lo contraddistingue è la cifra di chi sa di avere molte frecce nel suo arco. Allergico alle etichette, gli occhi di Alessandro Camponeschi s’illuminano quando parla della sua famiglia e s’intuisce quanto la ristorazione sia una sua seconda pelle. “I momenti familiari più belli, dall’infanzia all’adolescenza, li ho trascorsi tra sala e cucina. La mia, con il ristorante, è una ‘love affaire’…una storia d’amore”. E tra un aneddoto sulla location e sullo storico maitre Costantino – a piazza Farnese dal 1989, personaggio talmente cinematografico che viene chiamato sui set fin dai tempi di Sergio Leone e di recente reduce de ‘Gli infedeli’ con Scamarcio girato appunto al Camponeschi – spiega a ‘Fooderio’ le chicche dei piatti. Poi si sofferma, rievoca i tempi dell’apertura – la presenza di vip internazionali, capi di Stato da tutto il mondo – ma anche i momenti difficili degli ultimi mesi. Dopo il lockdown, e lo sottolinea senza toni eroici ma con grande responsabilità, è stato uno dei primissimi a riaprire e a sospendere la cassa integrazione ai dipendenti. Lo sguardo di Alessandro rimane alto, anzi si rafforza al passaggio del composè di crudo di pesce con tartare di tonno rosso, sintesi della sua impronta, e allora capisci che Camponeschi non è un format ma un concetto dove ospitalità, accoglienza e materie prime sono la sua stella polare. Con il crudo ecco spuntare l’abbinamento perfetto con uno chardonnay dalla sentita vena fruttata: ‘Vetus Vibo’ dell’azienda agricola Camponeschi. Per gli amanti delle rarità assolute non mancano in carta le uova di quaglia con tartufo e gli ovoli e porcini di stagione. Ma Camponeschi è anche frivolezza, perché oltre alla cucina di pesce, c’è grande interpretazione per i piatti della cucina tradizionale romana moderna. Dal baccalà in umido con uvetta e pinoli alla mitica trippa. “Papà e nonno erano di un paesino vicino Amatrice, quindi il richiamo alla tradizione c’è, eccome. Utilizziamo prodotti selezionati e locali, come il guanciale amatriciano e il cacio stagionato minimo 24 mesi. Con franchezza: ho sempre coltivato l’amore per Roma. La clientela internazionale è importante ma i romani per me hanno sempre la priorità”. Il 10 ottobre ricorre l’anniversario di Camponeschi e Alessandro promette che sta già coltivando la quarta generazione, “che proseguirà e che porterà la nostra famiglia a compiere 100 anni di ristorazione romana”.