IEZZI: 20% PIZZERIE CHIUDERÀ. TORNERÒ A FARE PIZZE

E’ considerato da tutti il ‘padre nobile’ della pizza italiana, l’inventore dell’impasto a lunga lievitazione che ha cambiato il mondo pizza. Presidente dell’Associazione Pizzerie Italiane, abbiamo chiesto ad Angelo Iezzi come sarà il futuro della pizza italiana.

E’ emergenza sanitaria, e insieme economica: in Italia ma anche all’estero dove rappresenta il made in Italy per eccellenza, quanto sta perdendo il mondo pizza in termini economici e posti di lavoro?

“In termini di perdita assoluta è un macro dato che ancora non abbiamo a  disposizione. Visto il trend, però, e la tempistica con cui arriveremo alla cosiddetta ‘fase 2’ credo che il peggio debba ancora venire. Alla riapertura tanti dipendenti del nostro comparto rimarranno a casa e lì, allora, si potrà fare una stima vicina ai dati reali”.

In percentuale, secondo l’Api, quante pizzerie rischiano di chiudere in Italia?

“Ad oggi possiamo stimare che le pizzerie che rischiano concretamente la chiusura saranno almeno un 20%, e soffriranno specialmente le ultime nuove aperture perché non hanno bilanci societari nell’ultimo anno e per questo segmento non ci sono aiuti che rientrano nei decreti emanati dal governo. Di fatto, e questo vale per tutte le aziende, non ci sono sostegni economici statali a fondo perduto. Questo comporta che chi riuscirà a rimanere in piedi dovrà pagare i prestiti fatti per pagare altri debiti accumulati durante il periodo del lockdown”.

Da anni fa formazione in tutto il mondo e ha aperto numerose scuole, l’ultima a New York. Ci saranno ancora  persone disposte a fare i pizzaioli dopo questa impasse?

“Questa è un’altra delle grandi incognite cui dovrà fare i conti il nostro settore. Senza la formazione sarà difficile mantenere alti i livelli qualitativi del prodotto pizza e, soprattutto, portare ancora la nostra italianità in giro per il mondo. La sensazione è che tanti titolari pizzaioli, che prima si avvalevano di collaboratori come ad esempio il sottoscritto, saranno costretti a rimboccarsi le maniche come ai vecchi tempi. Ma non è questo a farci paura, piuttosto dispiace per quanto costruito fino ad oggi”.

Provando a pensare al futuro post-Covid, come si possono attrezzare le pizzerie per lavorare mantenendo il distanziamento sociale?

“Sarà durissima, la ristorazione in genere è socialità e la pizza è sinonimo anche di convivialità. Si sta a tavola magari per il piacere di fare una chiacchierata tra amici, famiglia e colleghi di lavoro. Vedremo cosa diranno i decreti e cosa richiederà il mercato, per adesso sono tutte ipotesi…il più delle volte mi pare anche strampalate”.

Le pizzerie al taglio, che a Roma sono numerosissime, per rimanere in piedi dovranno implementare il delivery?

“Si fa presto a dire delivery. Oggi per molti di noi è stata una necessità. Credo che dovremo strutturarci, anche se la pizza al taglio dedicata al delivery è complicata. Avere sul banco tutte le referenze sempre a disposizione è estremamente difficile, ma confido nella genialità dei nostri pizzaioli italiani, senza fare polemica con altri colleghi non italiani”.